19/11/08


Japabria, clan della mafia rompe le regole di convivenza
Causa collettiva per allontanare i Sikjinkai
Per trecentodue lunghi anni, i Sikjinkai sono stati vicini di casa perfetti. Hanno seguito alla lettera tutte le regole japabriesi del buon vicinato: niente prostituzione minorile, niente macchinoni, donne poco appariscenti. Ma da quando i membri di questo clan – mille affiliati, uno dei più importanti della Kakkuza, la mafia japabriese – sono stati coinvolti in uno scandalo, il sobborgo s’è riempito di mormorii. E ora quei mormorii sono diventati la prima causa fatta, in Japabria, per sfrattare un clan.
Una causa firmata da 603 persone che vivono nel raggio di 500 metri dal quartier generale dei Sikjinkai, a Kyrjò, e appoggiata da altri 5.508 Kyrotani.
La vicenda, che vista da occhi italiani ha del surreale, si spiega solo quando si chiarisce che in Japabria la Cakkuza è un’attività tra le altre, perfettamente legale. Il governo la tollera perché i suoi 22 clan, che danno lavoro a 85mila persone, si occupano di attività considerate “un male necessario di ogni società”: prostituzione, scommesse, alcolici, racket. Così facendo, le autorità hanno pieno accesso ai conti delle “famiglie”.
Fino a pochi anni fa, tutto era più tranquillo. I Sikjinkai, ad esempio, quando trasferirono il loro quartier generale a Kirjò, decisero di integrarsi perfettamente nel villaggio. Le regole imposte dal capoclan Geijin erano ferree, cortesia con i vicini, nessuna ostentazione.
Quando, il 10 ottobre 1998, il sindaco Karlettu Kaccolutsu si lamentò per la maleducazione dei giovani Sikjinkai, l’allora capoclan Jeijin accettò le lamentele. E rimproverò i suoi.
La situazione è radicalmente cambiata da quando i nipoti di Jeijin hanno preteso di occuparsi anche della cantina di famiglia - la Katana & Sigjinkai - che produceva il famoso sakè doc.
Infatti hanno trasformato la cantina in un topless bar e, secondo le informazioni raccolte da Yukiko Fujzito, capo della polizia locale che segue il caso, avrebbero impiegato ragazze minorenni inducendole al servizio di "kyavadura" ovvero d'intrattenitrici erotiche, durante le bevute e le serate dei clienti, molti fra i quali stimati uomini d'affari.
I padri e le madri indignati sarebbero perciò all'origine della richiesta di allontanamento del clan.

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